Ovvero, come far sentire stupido o stupida chi ti legge usando 7 semplici lettere.
Credo che ci sia un errore di fondo nell’uso della parola “celebre” in contesti come siti web, newsletter o social media dedicati all’arte. Anzi, più di uno. A me vengono in mente tre scenari possibili, e sono tutti sbagliati.
Primo scenario. Stiamo parlando di artisti come Leonardo o Michelangelo, oppure di opere come l’Ultima Cena o il David. Certamente sono celebri, perché ormai fanno parte della cultura globale ossia sono conosciuti in tutto il mondo. Magari per via delle tartarughe ninja, del Codice da Vinci o per il grembiule da cucina con riprodotte le parti intime del David, ma chiunque abbia un minimo di cultura generale ne ha sentito parlare almeno una volta nella vita. Allora perché sottolinearlo? L’aggettivo “celebre” qui diventa un orpello ridondante. Lo stesso giochino accade nel mondo delle aziende: chi è “leader di settore” per davvero ha sul serio bisogno di dire che è “leader di settore”? No, la gente lo sa già.
Secondo scenario. Al di sotto del gotha, ci sono tanti artisti e tante opere che sono state fondamentali nella storia dell’arte, ma magari non sono così conosciute a livello universale. D’altronde, mica si può conoscere tutto. Magari uno costruisce razzi che vanno sulla Luna, però non saprebbe dire chi è Giorgione: ci sta. Usando la parola “celebre” in questo frangente, stiamo dando per scontato di parlare a un pubblico di specialisti (di arte). Invece, artisti e opere percepiti come celebri entro una data cerchia di persone, possono non esserlo affatto in una cerchia diversa. Ed è normale così, perché non siamo tuttologi, ma questo sfoggio improprio di “celebre” inclina il piano verso una sgradevole conseguenza… e ora ci arriviamo.
Terzo scenario. Eccoci alla tendenza più subdola, ovvero lodarsi fino a imbrodarsi. Il pittore o il quadro di cui parliamo non è affatto celebre, ma lo diciamo per dare lustro al museo che lo ospita. Guarda qui, anche il mio museo di provincia ha un pezzo celebre! Peccato però che non lo conosca nessuno – o davvero pochi studiosi/intenditori/appassionati. E qual è la conseguenza? Chi legge si sente ignorante, e pure trattato con un pizzico di supponenza. Non è una bella sensazione, specialmente in luoghi come i social media dove il gancio emotivo con il pubblico è tutto.
Le persone amano le storie, non gli aggettivi supersonici. Raccontiamo piuttosto qualcosa che ha reso quest’opera o questo artista così celebri, se lo sono. E se non lo sono, non importa: abbiamo un’ottima opportunità per farli conoscere a una bella fetta di persone… non sprechiamola!
